Il bullismo nello sport ha rotto le palle5 min read

Edoardo Marcianò

“Spero ti venga il virus come in Cina” avrebbe detto un ragazzo ad un calciatore cinese avversario, durante un match del girone primaverile dei giovanissimi 2006. Il ragazzino è uscito dal campo in lacrime. Si parla spesso di bullismo tra i banchi di scuola, mai abbastanza di bullismo e sport. Il rischio di ritrovarsi vittime dei bulli si corre in qualsiasi ambiente di aggregazione, dalla scuola alle squadre sportive. E la forma più estrema di bullismo rimane quella associata al razzismo.

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1 ragazzo su 5 ha subito episodi di bullismo

Quello appena descritto è solo uno dei tanti episodi di bullismo nello sport. È avvenuto nel milanese ed è stato denunciato su Instagram dallo stesso ragazzo bullizzato. Secondo una recente indagine Istat, il fenomeno è in aumento. Oltre il 50% dei ragazzi intervistati (dagli 11 ai 17 anni) ha riferito di essere stato vittima di qualche episodio offensivo o violento nell’ultimo anno. Circa 1 su 5 (il 19,8%) ha dichiarato di aver subìto azioni tipiche di bullismo una o più volte al mese. Dati allarmanti, che fotografano anche il maggiore livello di attenzione sull’argomento.

In un ambiente altamente competitivo come quello sportivo, il bullo si scatena ancora di più. Quasi sempre, infatti, i ragazzi presi di mira sono anche gli atleti più performanti. Il bullo agisce allo scopo di minare l’autostima del rivale di gioco fino a spingerlo ad abbandonare la pratica sportiva. Il bullismo può manifestarsi negli sport individuali come in quelli di squadra, negli spogliatoi o durante gli allenamenti, gare o partite. Il bullo punta a ridicolizzare il compagno prendendolo in giro per l’altezza, il peso, l’abbigliamento, la provenienza geografica, il credo religioso, il genere. Spesso la vittima di bullismo manifesta la volontà di abbandonare lo sport o di cambiare squadra: è un segnale di allarme. Il primo punto di riferimento, in questi casi è l’allenatore.

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Il ruolo dell’allenatore nella prevenzione

Il ruolo dei tecnici è importante quanto delicato. Spetta a loro parlare con l’allievo vittima di bullismo, affrontare il problema con la squadra, confrontarsi, includere e in casi estremi applicare sanzioni. Per questo, sempre più federazioni sportive organizzano corsi di formazione per allenatori. A questo scopo, nel 2019, CONI e MOIGE (Movimento Italiano dei Genitori) hanno sottoscritto a Roma un Protocollo d’intesa per contrastare ogni forma di bullismo o cyberbullismo. Tale accordo, coinvolge l’associazionismo sportivo e il settore scolastico allo scopo di favorire una conoscenza aggiornata del fenomeno. Ragazzi e ragazze, dirigenti, insegnanti, allenatori e genitori: tutti devono essere coinvolti.  

La formazione e l’informazione sono la chiave nella lotta al bullismo. Spesso nemmeno il bullo sa di esserlo. Il “Centro mobile di sostegno e supporto per le vittime del cyberbullismo” gioca un ruolo importante per intervenire a supporto delle famiglie e delle società sportive. Bisogna allearsi per trasmettere il vero significato di squadra nell’ambito sportivo. Ma non solo: è importante trasmettere questo concetto anche nel quotidiano. In casa, a scuola, al parco: è qui che si gioca la partita più importante per il benessere dei giovani atleti. Sono le piccole abitudini, i modi di dire e di pensare che devono cambiare.

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Gli atleti contro il bullismo e il cyberbullismo

Secondo quanto riporta un recente studio dell’Università Europea di Roma per il MOIGE, su 2.778 ragazzi, circa il 21% realizza abitualmente video e li diffonde sui social. Il 31% ammette di essere stato un “bullo” pubblicando video umilianti e imbarazzanti per prendere in giro i compagni. Per il suo valore educativo, l’attività sportiva è il miglior strumento per arginare il fenomeno. Sono molte le associazioni, i tecnici e gli atleti che ci hanno messo la faccia.

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Avviare percorsi di sensibilizzazione, prevenzione e riconoscimento del fenomeno nell’ambito sportivo: è questo lo scopo di quasi tutte le campagne. Tra i vari atleti, si sono schierati contro il bullismo l’ex campione di pugilato Nino La Rocca, il pluricampione paralimpico Giuseppe Campoccio, il campione di arti marziali Vito Durante. Alcuni atleti come Francesco Scaccianoce (pluricampione italiano e argento europeo di Grappling) e la ginnasta Martina Betto, sono i protagonisti di uno spot anti-bullismo. Alessio “il legionario” Sakara lottatore di MMA, è impegnato nel progetto di lungo corso Legio’s Scuole: rivolto agli studenti nel delicato tema del bullismo e del cyberbullismo.

Il barometro dell’odio continua a salire

Tante anche le iniziative per combattere il fenomeno del bullismo nello sport.  Tra le altre, ci preme segnalare la campagna contro l’hate speech nello sport #Odiarenoneunosport. L’iniziativa, sostenuta dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e promossa dal Centro Volontariato Cooperazione allo Sviluppo, durerà per tutto l’anno 2020. All’Università di Torino, poi, è stato affidato lo studio sul fenomeno dell’odio nello sport per elaborare un “Barometro dell’Odio”. Dal report emergono dati allarmanti: 3 post su 4 (analizzati sulle pagine Facebook delle 5 principali testate giornalistiche sportive nazionali) ricevono commenti contenenti una qualche forma di linguaggio d’odio. 

I più elevati picchi di messaggi di odio si verificano in occasione di eventi calcistici e riguardano, in particolare, le decisioni arbitrali. Lo sport può essere un grande strumento di prevenzione. Quando è vissuto correttamente, lo sport insegna il rispetto delle regole, dei propri compagni e soprattutto degli avversari. Elementi imprescindibili per insegnare i valori dell’integrazione e dell’inclusione. Tutti insieme, attraverso l’esempio di atleti che quotidianamente lottano anche contro questo mostro, sarà possibile contrastare un comportamento ormai considerato una minaccia.

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