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Addio Kobe. Cosa ci resta della “faida” Bryant-O’Neal un anno dopo

Addio Kobe. Cosa ci resta della “faida” Bryant-O’Neal un anno dopo5 min read

Alice Palombarani
bryant o'neal scontro

Ripercorriamo la faida Bryant-O’Neal nell’anniversario dalla scomparsa di Kobe. Era il 26 gennaio 2020. La stella del basket statunitense ha brillato per 20 anni nei Los Angeles Lakers. Fra un passaggio “alley-oop” e un canestro “slam dunk”, il campione di Philadelphia ha vinto 2 ori olimpici e 5 titoli NBA. Uno in più del suo storico amico-rivale Shaquille O’Neal. La loro disputa è passata alla storia. A dimostrazione del fatto che le relazioni, la narrazione e la notiziabilità contano tanto quanto i risultati sportivi.

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Kobe Bryant e Shaquille O’Neal iniziano a militare nei Los Angeles Lakers nel 1996. Kobe viene direttamente dalle giovanili della Lower Merion High School, mentre Shaq è forte dell’esperienza con gli Orlando Magic. Reuters/Lucy Nicholson su Abs Cbn News.

Gli esordi della faida Bryant-O’Neal tra fratellanza e gelosia

Originario della capitale della Pennsylvania, Kobe Bryant è figlio e nipote di giocatori NBA. Dai 6 ai 13 anni vive in Italia per seguire la carriera sportiva del padre. Miglior cestista della High School, al rientro negli States, il 18enne Bryant scavalca l’università e nel 1996 si arruola negli Charlotte Hornets. Nello stesso anno passa ai Los Angeles Lakers, così come Shaq. Il quale, inizialmente, ne loda il coraggio in campo. Ma lo sport è segnato da grandi rivalità. Basti pensare a quella fra Michael Jordan e Scottie Pippen, ben descritta in “The Last Dance”. In un paio d’anni, Kobe inizia ad essere accusato di trattenere troppo a sé la palla a spicchi. Apparentemente, il rapporto fra Kobe e Shaq si configura come una forte amicizia. La quale si traduce in coordinate geometrie d’attacco ai danni degli avversari. Ma, negli spogliatoi, si rivela un’avversità ricca di stilettate.

Giovinezza? Introversione? Eccessiva sicurezza? Il carattere malmestoso di Kobe non aiuta a creare una buona intesa. Il giovane, infatti, si mostra scontroso e restio a condividere i suoi spunti più personali. “Non faccio il babysitter”, avrebbe sbottato a un certo punto Shaq. A detta del compagno, Kobe si muove in modo posticcio. Ma sarebbe anche oggetto di nonnismo. Shaq, infatti, lo apostrofa come “showboat”. Letteralmente, il battello in cui si svolgono spettacoli teatrali. Un modo per criticarne lo stile di gioco, a suo dire, troppo ostentato. Il rapporto tra i due avrebbe potuto configurarsi come quello tra fratelli di diversa età. Ma Shaq fuga ogni dubbio dichiarando: “Cerco di non aiutare troppo i ragazzi. L’esperienza è la migliore maestra. Kobe è un grande giocatore… He’s a new, up-and-coming kid». Insomma, sta “emergendo”.

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Kobe incontra Obama nel 2010, assieme ai Lakers, in occasione della vittoria del 5° titolo NBA.
AP Photo/Charles Dharapak su Politico.

La “faida” davanti ai reporter: odio o marketing?

“Black Mamba” e “The Diesel”. Due caratteri completamente opposti che, ai massimi livelli NBA, non potevano che entrare in risonanza. Ed essere notati dall’allenatore e dai compagni. Ancora di più, dal pubblico e dai media che amplificano ogni episodio tra i due. Nonostante le tre vittorie dei Lakers ai campionati NBA del 1999-2002. E nonostante i tentativi di riconciliazione dell’allenatore Phil Jackson. Il quale ricorre alla “triangle offense”, strategia d’attacco che avrebbe spinto i due a strutturare meglio la propria intesa. Ma fu un tragico evento a ridare ad entrambi la giusta prospettiva. Infatti, l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 indusse Kobe e Shaq a ridimensionare il proprio odio. Troppo difficile, in quel momento, litigare per delle meschinità. Ma fu una pace effimera.

La faida Bryant-O’Neal riesplode nella stagione 2003-2004. E si lega al ruolo dei mass media e della narrazione sportiva. Fino a quel momento, l’avversione si era sviluppata all’interno della squadra. Ma la stampa capisce ben presto che la situazione si sta trasformando in un vero e proprio odio. Molto notiziabile. Che sia una recita a favore di telecamere? Questa l’opinione dell’ex cestista e allenatore Doc Rivers. Una duratura militanza nei Lakers e la vittoria, assieme, di 5 campionati. Tutto ciò sarebbe impossibile, secondo Rivers, in presenza di un vero clima d’odio. Inoltre è lo stesso O’Neal a dichiarare, nel 2009, che la “faida” è costruita a tavolino per ragioni di marketing e battage pubblicitario.

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Un murale in ricordo del campione e di sua figlia Gianna, 13enne, entrambi deceduti a causa dello schianto dell’elicottero su cui stavano viaggiando. Mario Tama/Getty su The New Yorker.

La fine della “guerra fredda”. Una vera riconciliazione?

I due sono “commilitoni” nei Lakers fino al 2004, quando Shaq passa ai Miami Heats. È già da un anno che Kobe si difende dall’accusa di stupro. Il distanziamento segna il passaggio verso una fase meno tempestosa. In particolare, la storiografia narra che la “distensione” sarebbe avvenuta dopo l’NBA All-Star Game del 2009. Quando Kobe ottiene il titolo di “most valuable players” al pari di Shaq. E, con grande fair play, regala il trofeo al figlio dell’ex “rivale”. Come giustificare il comportamento degli amici-nemici? Due cestiti ai massimi livelli che si danneggiano per antipatia personale. Ma spezziamo una lancia. In fin dei conti, la carriera di “Black Mamba” e dell’ex centro gialloviola ruotava attorno al campo di gioco. L’attenzione mediatica, le pressioni e gli ingaggi elevati hanno sicuramente contribuito a gettare benzina sul fuoco.

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Il nostro gioca la sua ultima partita il 26 gennaio 2020, a 41 anni. Quando l’elicottero che lo stava portando a una partita di basket giovanile si schianta al suolo. Assieme a lui, anche altre otto persone, fra le quali la figlia 13enne. Lost a little brother, commenta O’Neal nel corso della diretta commemorativa dell’emittente TNT. “I nostri nomi rimarranno legati assieme per quello che abbiamo fatto – continua. Metti insieme due persone testarde, che vogliono le cose come dicono loro. Ci siamo detti delle cose, ma mai perso il rispetto reciproco”.

*La foto di copertina è pubblicata sul profilo Instagram di Kobe Bryant a corredo di un post celebrativo nei confronti di “big brother” Shaq.

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